L’autoindulgenza, l’etica laica e le piccole bellezze (A. Gilioli)

Sia chiaro prima di tutto che ‘La grande bellezza’ non è «un film su Roma»: quella serve ai virtuosismi fotografici (a chi piacciono, a chi no), a far sfigurare l’ultimo Woody Allen (non ci voleva molto) e probabilmente ad altre minutaglie (i contributi degli enti locali, gli incassi nella capitale dove sta in 33 sale etc).

Neppure è un film “felliniano”: anche questo serve solo a fomentare le inevitabili discussioni tra chi grida all’emulazione fallita, chi al plagio e chi alla grande citazione (che poi, chissenefrega). E’ invece, imho, un film che – al netto della sbornia sensoriale – ci costringe a pensare a un tema abbastanza universale (la possibilità e il senso di una morale, oggi) e un altro più locale (l’Italia contemporanea disincantata e priva di qualsiasi afflato a migliorare se stessa).

Il primo tema è il più forte. probabilmente. Okay, Gambardella è un ricco mondano annoiato che pensa di aver visto tutto e non crede più a niente, ma l’aspetto più importante è che in nome di questo compiaciuto nichilismo si fa inconsapevole portatore di un’ideologia: quella dell’indulgenza e dell’autoindulgenza che contrappone a ogni etica, inevitabilmente vista come falsa e doppia. In altre parole, sembra che non ci sia una terza possibilità tra l’estetismo vuoto e l’ipocrisia morale: e in questo, sì, serve Roma. Non solo per le facili allusioni alla decadenza ma soprattutto per il suo essere capitale cattolica, quindi ecco i cardinali che sanno solo parlare di cibo e le santone sdentate in tour con i segretari ciarlieri.

Però la felicità resta sempre lontana da chi non riesce ad andare oltre questo bivio, da chi si crogiola nell’autoindulgenza perché tanto il mondo è tutto finto, è tutto marcio: nessuna possibilità apparente di una morale laica, nessuna ipotesi apparente che esistano appagamenti della coscienza più profondi e veri, magari regalati da piccole bellezze raggiungibili ogni giorno, al contrario di quella bellezza immensa che Gambardella insegue inutilmente per una vita girando a vuoto nei suoi completi di Armani.

Ma ho sottolineato due volte apparente, appunto, perché alla fine il messaggio esistenziale del film (almeno, quello che ho ricevuto io) è proprio questo. Il dovere  di andare oltre quel bivio, oltre quell’apparente, scegliendo strade meno ambiziose e più quotidiane. Che, senza accorgercene, magari ci possono portare perfino a una concreta e non ideologica forma di  morale laica quotidiana: il contrario esatto di Gambardella, insomma.

Ah, i riferimenti all’Italia, dicevo. Beh, l’autoindulgenza da un lato e il falso rigore morale dall’altro sono i tratti caratterizzanti del nostro presente, non vi pare? Così come una cifra del presente, purtroppo, è l’assenza di prospettive data dall’incapacità di capire che il Paese e il mondo si possono cambiare solo cambiando le proprie piccole pratiche di ogni giorno, anziché inseguendo fuori di noi perfezioni inesistenti.

di Alessandro Gilioli – Piovono Rane (gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it)

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